venerdì 25 maggio 2012

Péter Popper, Sette riflessioni sgradevoli sulle pene d'amore


Péter Popper, psicologo e psichiatra ungherese
(1933-2010)


  1. La storia dell'umanità inizia con un fratricidio: Caino uccide Abele perché Dio gradisce solo il sacrificio di suo fratello. La Bibbia sembra voler dire che il dolore più grande nella vita di un essere umano è il rifiuto. Perché i rifiuti comprendono anche giudizi: non sei alla mia altezza, non sei degno di me o degno di qualcosa, non ti voglio, c'è di meglio ecc. Se questo rifiuto riguarda una passione, un'ammirazione o anche solo un desiderio fisico dettato dagli istinti, il dolore si moltiplica e diventa una furia incommensurabile. Di conseguenza chi rifiuta un amore sottopone l'altro a grande sofferenza e gioca con un fuoco pericoloso.
  2. La saggezza millenaria dice che anche il viaggio di mille miglia inizia con un passo. Allo stesso modo la costruzione degli edifici di dieci piani comincia con la posa di una prima fila di mattoni. Non si deve mai giocare con la passione di un altro essere umano. Non va fatto il primo passo. Non va posta la prima fila di mattoni. In quel momento tutto può ancora essere risolto al costo di una piccola ferita, di un dolore lieve. Ma se non sistemiamo la faccenda perché siamo poco coraggiosi, perché pensiamo di risparmiare all'altro il dolore o perché siamo pigri e vogliamo affidare al tempo la soluzione delle situazioni fastidiose, insomma se ci lasciamo trascinare dalla corrente, il tempo non solo non sistemerà la questione ma ci farà precipitare in grandi tragedie.
  3. Credo nell'autosuggestione dell'essere umano. Capita molto raramente – di solito nei libri – di vedere qualcuno e innamorarsene di colpo. Gli autori mediocri ne parlano come di un fulmine che attraversa entrambi. Sarebbe bello se fosse vero, ma succede molto di rado. Accade invece che si ha voglia di amore e ci si apre davanti alla passione. Non per caso il famoso scrittore ungherese Milán Füst avrebbe voluto pubblicare quest'annuncio: “Si cerca oggetto per passione già esistente”.
  4. Un anziano psicologo – interpellato per lo più per delusioni amorose e per relazioni in crisi – tenderebbe a pensare che più delle volte gli innamorati non abbiano la più pallida idea dell'oggetto del loro amore. Perché prima di tutto vogliono amare e se finalmente compare un marcantonio o una sirenetta, vi proiettano tutte le loro fantasie erotiche, tutti i loro desideri immaginari e sogni relativi alla Persona cercata e si innamorano di un essere immaginario. Sapendo ben poco della persona reale dietro l'immagine della loro fantasia. Arrivano però i momenti drammatici della delusione e non se la prendono con se stessi ma con il partner: perché non sei quello o quella che immaginavo? Senza parlare del grandioso spettacolo teatrale dell'amore al culmine della passione, quando tutti danno il meglio di sé. Rimangono celati però i veri volti, i veri caratteri, le deviazioni presenti in tutti noi, le fissazioni, le abitudini a volte difficilmente sopportabili.
    Mi vergogno ma voglio ugualmente ammettere di non fare il tifo per le unioni d'amore. La simpatia reciproca, l'amicizia o la comunanza di interessi permettono una migliore conoscenza del partner. 
  5. Il regno dell'amore è pieno di inganni. Cinquecento anni fa un drammaturgo inglese raccontò la storia di un amore vero. Ancora oggi la gente va al teatro per assistere al destino di Romeo e Giulietta. L'amore esiste ma è un fenomeno raro. Oggigiorno qualcuno ha inventato però che un uomo retto, una donna decente vanno a letto solo per amore. E allora bisogna chiamare amore tutto, il piacere del momento, il desiderio, l'attrazione, il flirt, l'eccitazione. Che senso ha?
  6. Sotto sotto la pigrizia uccide l'amore. La sicurezza della felicità acquisita distrugge la vita quotidiana. Quando siamo pigri per fare la corte, per conquistare, per renderci desiderabili, compresa la pulizia della persona, l'uso del profumo, dell'abbigliamento e della biancheria attraenti. Perché? Tanto è ormai è nostro/nostra. Suona allora la campana a morto della relazione fra uomo e donna. Perché nel nostro cuore dovrebbe essere scritto a lettere cubitali che L'ESSERE UMANO NON E' PROPRIETA' DI NESSUNO.
  7. Il vero amore è passione, estasi, felicità. Tutto questo però non è mai permanente, sono solo momenti. E quando sono passati? Dobbiamo far finta del contrario? O cercare nuove eccitazioni? Eravamo abituati ad averle, ne “abbiamo diritto”. Dicono che l'amore si trasforma in affetto. A volte. Ma per lo più diventa indifferenza, alienazione, odio come dimostrano i divorzi e le lotte spregevoli per i figli, per la divisione dei beni.
    Cosa possiamo fare? L'importante è non ascoltare nessuno, neppure l'anziano “specialista”, lo psicologo. Nessuno deve dare retta a nessuno, né ai genitori né agli amici, che vorrebbero tarpargli le ali quando vuole volare verso il cielo e il sole per raggiungere l'uccello azzurro della felicità. Innanzitutto perché la passione è più forte delle parole sagge. Poi perché l'uccello azzurro è imprevedibile. Qualche volta si lascia catturare, qualche altra si posa lui stesso sulla spalla dell'eletto, e comunque non esiste.
    Devo darvi una notizia triste. Non esiste La Persona. Non c'è. Non esiste una donna o un uomo che ci appartenga, che potremmo incontrare. Una persona fortunata incontra due o tre persone nel corso della propria esistenza che potrebbero fare per il suo caso. Ci vuole però molta pazienza, rinuncia, comprensione, abnegazione, perché alla fine possa nascere un rapporto in cui l'altro o l'altra diventi indispensabile, ovvero La Persona.

    (Trad. Andrea Rényi)




giovedì 24 maggio 2012

Sándor Tar, Pescatore


Sándor Tar
(1941 - 2005)


Pescatore


Vivere da solo è difficile ma possibile, soprattutto se l'uomo stringe una relazione con la natura, il bosco, gli uccelli, la terra, l'acqua, il fiume. Riconosce il tipo d'acqua che gorgoglia, ridacchia, o si agita imbronciata, scricchiola coperta di ghiaccio, spaventa con i suoi tumulti davanti alla propria casa, come se volesse demolirla da un momento all'altro. Oppure piglia e inonda tutto, in quel caso si parla di inondazione, eppure si tratta solo di un fiume, della libertà della natura che non tollera argini. Come non li tollera neppure l'uomo. Il Tibisco è fatto così. Il signor Pescatore che è pescatore non solo di nome ma anche di mestiere, non ha mai capito le lamentele sull'inondazione del Tibisco; bisogna lasciarlo fare, gente, il fiume lo fa perché è innamorato, vuole abbracciare tutto e tutti per poi tranquillizzarsi come i giovani dopo un amplesso ardente, per continuare a svolgere i propri compiti come sempre, da cento o da mille anni.
Il signor Pescatore parla facile, la sua casa sulla riva sopra una collinetta non è stata lambita neppure dall'inondazione più grande, ma se lo fosse stata lui le avrebbe aperto la porta, vieni, vieni, ti faccio spazio, ce la caveremo in qualche modo, io potrei andare pure su, in mansarda. La costruzione del signor Pescatore era una casetta da pescatore lungo il fiume. Inizialmente era solo una baracca che in seguito ha rinforzato con mattoni, malta, vernice, dopo la morte di sua moglie ha preso a trascorrervi sempre più tempo abbandonando al suo destino la casa al paese. Vi era silenzio, l'alba era interrotta solo dal cinguettio degli uccelli, di notte rane strillavano nelle gole delle bisce, canne frusciavano e stormivano anche quando non tirava vento, le foglie degli alberi profumavano – di notte gli alberi, l'erba emanano odori più forti -, e vi era il fiume con i suoi vapori pesanti, inebrianti che nel naso del signor Pescatore rievocavano i ricordi di amplessi estasianti. Il signor Pescatore ha ottantasei anni ma rammenta bene gli odori, i profumi, e l'odore proveniente dal Tibisco gli ricorda il profumo di sua moglie che la mattina era diverso dalla sera e dalla notte, come pure i vapori del fiume provocano stimoli diversi. Dopo sua moglie il signor Pescatore si è innamorato anche del Tibisco. Ma forse già prima.
Non sarebbe stato un problema se nel frattempo non si fosse invecchiato, se la vista non fosse calata, a volte vedeva doppio eppure non era ubriaco. Riparava reti nella casetta che però si aggrovigliavano sempre di più, e quando andava sul fiume con la sua barchetta di solito non pescava nulla con la sua rete bucata, mal stesa. Ora non ci va nemmeno più, tenta di pescare accostato alla riva per poter raggiungere a remi la terraferma con poco sforzo. Il padre, il nonno, il bisnonno e tutti gli avi del signor Pescatore avevano vissuto di pesca e pensava che anche lui sarebbe morto da pescatore. Margit, diceva sempre al fiume chiamandolo con il nome di sua moglie, perché non mi dai nulla? Ma l'acqua non rispondeva e lui si trascinava deluso sulla riva. L'acqua gli piaceva ugualmente, c'era ancora del patè di fegato, dello strutto, della pancetta, avrebbe comunque mangiato qualcosa. Gli uomini del consorzio dei pescatori passavano tutti i giorni e gli lasciavano sempre un paio di pesci, se voleva qualcosa dal negozio gliela portavano, lo conoscevano, volevano bene al vecchio mattacchione, che vivesse pure a lungo. Mancavano già da due giorni.
Ora però trovò due belle carpe sul bordo dell'acqua, come se fossero state gettate là dalla corrente, una si ribatteva ancora, ma non importava. Bravi ragazzi, gli voleva bene. A volte portavano delle donne, lui gli dava la chiave della casa che non era una chiave ma solo un pezzo di ferro con il quale aprire la porta. Scendeva a pescare e al ritorno trovava dei pesci. Come ora. Accese rapidamente il fuoco sotto il paiolo; è vero, faceva freddo, ma la brace avrebbe emanato calore, il pesce va cotto all'aperto, nel paiolo; non era stagione di peperoni e di pomodori, affettò solo una cipolla sul tagliere della carne, non spellò il pesce, lo squamò soltanto, nella zuppa ci vuole anche la pelle del pesce, oltre alla paprika, al sale e alle spezie. Il signor Pescatore aveva mangiato pesce tutta la vita, secondo lui è il segreto della longevità, quel pesce era molto bello, le interiora sarebbero servite per la zuppa, il resto lo avrebbe passato nella farina mescolata a paprika per friggerlo nello strutto, e poi ce n'era un altro, bravi questi ragazzi.
Il vecchio non aveva televisore, né radio, a che cosa gli sarebbero serviti? Non aveva neppure la luce, la vista non gli permetteva più di leggere, le faccende del mondo non lo interessavano da un pezzo, si può vivere in pace soltanto se uno pensa solo per sé. E per un marito e una moglie, se c'è. Mancava solo la cipolla soffritta nello strutto per completare il banchetto, e il pane secco per assorbire il grasso, il sughetto. Sarebbe andata bene anche un po' di pastasciutta con il pesce ma non c'era, come mancava anche il vino rosso che sarebbe sceso bene, ma non importava, c'era l'acqua. Buona, bella fredda, del Tibisco, dal pozzo. Poi avrebbe caricato il camino e si sarebbe riposato, avrebbe dormito un'oretta. Forse pure due. O quante voleva, perché nulla e nessuno gli metteva fretta.
Qualcosa però non lo lasciava tranquillo. Due belle carpe in quella stagione? Con il fiume freddo, ghiacciato, i pesci si nascondono, dormono fra le alghe. Come potevano averle pescate? Forse avevano nutrito troppo i pesci del Tibisco, fino a farli impazzire? Ma i pesci non sono matti! Ebbe un leggero capogiro quando si alzò dal letto, ma riuscì a raggiungere la barca, la spinse sull'acqua ghiacciata, neppure lui sapeva perché. Forse si aspettava una risposta da Margit, sul fiume come in un sogno pesci nuotavano intorno a lui in superficie, immobili, non nuotavano ma fluttuavano come angeli, che bello, fu il suo primo pensiero, ecco il Paradiso! Sentì il profumo di sua moglie morta, Margit, nel grembo del Tibisco morto. Null'altro.
(Traduzione di Andrea Rényi)

martedì 15 maggio 2012

Attila Jòzsef, Saluto a Thomas Mann



Come un bambino bisognoso di riposo
che già ha raggiunto il quieto letto
ancora chiede: "Non andar via, racconta" -
(perché la notte non gli piombi subito addosso)
e fin che il cuoricino batte ansioso
e non sa cosa desideri di più:
se il racconto o che tu sia qui,
parimenti ti chiediamo: Siedi tra noi, e narra.
Di' ciò che dici sempre (e noi l'abbiam scordato)
parlaci del fatto di essere con noi
e noi tutti quanti insieme a te,
tutti coloro che hanno pensieri degli dell'uomo.
Tu lo sai bene, il poeta mai mente,
dice il vero, non solo il genuino,
la luce che ci illumina la mente
ché, senza l'uno dell'altro siamo al buio.
Come Hans Castorp sul corpo di madame Chauchat
stasera possiamo vederci in trasparenza.
Nella felpa della tua parola non passa il rumore -
Raccontaci del bello e di ciò che è problematico
alzando il nostro cuore dal lutto al desiderio.
Abbiamo appena seppellito il povero Kosztolànyi
e sull'umanità come su lui il cancro
non rode lo stato-orrore,
rabbrividendo ci chiediamo cos'altro può accadere
quali nuove idee annientatrici si scateneranno
che nuovo veleno bolle che penetri tra noi -
fin quando avremo un posto dove tu puoi leggere?...
Se tu parli, non ci scoraggiamo,
noi maschi restiamo maschi
e le donne libere, gentili
e tutti gli esseri umani, di cui c'è sempre penuria...
Accomodati. Inizia ben bene il racconto.
Siamo in ascolto, e ci sarà chi semplicemente
ti guarda, perché felice di vedere
oggi qui tra i bianchi un europeo.

(Trad. di Edith Bruck)

lunedì 7 maggio 2012

István Örkény, Un lettore scrupoloso



  • Vorrei parlare con Mihály Szlávik.
  • Non posso passarglielo ora ma le dico subito che se si tratta di un incidente, la macchina la possiamo prendere in consegna solo nel mese prossimo.
  • Mi ha cercato lui.
  • Perché non ha detto subito che vi conoscete? Che cosa ha la macchina che non va?
  • Non si tratta di un incidente. Sono appena tornato a casa e ho trovato un biglietto con il nome di Mihály Szlávik e un numero di telefono.
  • La prego di richiamare fra venti minuti, adesso tutta l'officina è in intervallo per il pranzo.
    *
  • Vorrei parlare con Mihály Szlávik.
  • Glielo passo subito.
  • Pronto, sono Mihály Szlávik.
  • Mi ha lasciato lei il suo numero?
  • Sì, mi sono permesso di farlo per domandarle una cosa.
  • Prego.
  • Ha tradotto lei il romanzo di Truman Capote, vero?
  • Sì, sono io il traduttore di Altre voci, altre stanze. L'ha letto?
  • L'ho letto e mi è piaciuto molto, ma ho notato qualcosa. Vorrei sapere perché i neri nel libro parlano diversamente rispetto agli altri?
  • Parlano diversamente?
  • Parlano come se fossero stranieri. Vorrei solo capire meglio, per questo glielo sto chiedendo.
  • Mi sembra di ricordare qualcosa. Vede, la traduzione risale a tre anni fa, l'ho dimenticata un po' ma mi ricordo di una cameriera con una cicatrice sul collo. Si sta riferendo a lei?
  • Anche a lei.
  • Allora si tranquillizzi pure. Mi ricordo molto bene che questa ragazza anche nel testo originale parla in un inglese stentato.
  • Cosa significa stentato?
  • Stentato è stentato. O no?
  • Non del tutto. Parliamo in modo stentato una lingua che non conosciamo bene. Può parlare male anche la propria lingua madre chi non ha studiato, chi è ignorante o è limitato. Ma sono due cose ben distinte.
  • Come parla allora quella nera?
  • Parla come una straniera che non conosce bene l'inglese. Questo mi ha colpito e mi sono permesso di chiamarla. I neri vivono negli Stati Uniti, in un ambiente anglofono, sono dunque di lingua madre inglese.
  • Ho incontrato degli zingari che vivono qui, in Ungheria, eppure parlano un ungherese stentato come se fossero stranieri.
  • Questo ragionamento sembra corretto ma non dimostra nulla. Gli zingari hanno infatti una loro lingua, ma non i neri.
  • Capisco. Non so cosa dire. Vorrei che mi credesse che sono un traduttore molto preciso, persino maniacale. Può ben credermi che la ragazza anche nel testo originale parla male l'inglese. In più, i revisori controllano la traduzione parola per parola...
  • I revisori possono commettere errori. La prego di dare un'occhiata a Hook Finn. Se non erro, l'ha tradotto Karinthy. In ogni caso, in Hucklebbery Finn il nero parla come un analfabeta, un uomo primitivo e non come uno straniero. Oppure quest'aspetto è irrilevante per un traduttore?
  • No, ma non ho tradotto io Huckleberry Finn. Che tra l'altro un romanzo di cent'anni fa.
  • Mi deve perdonare, ma questo conferma solo che ho ragione io. A cent'anni di distanza i neri  hanno imparato a parlare l'inglese solo meglio, e non peggio.
  • Credo che lei abbia ragione anche su questo.
  • Spero di non averla offesa.
  • Affatto. Ha detto cose su cui riflettere.
  • Purtroppo non parlo l'inglese, non ho potuto controllare il testo originale ma quei dialoghi mi hanno colpito. Volevo parlare con lei perché per me la chiarezza viene prima di tutto.
  • Ha fatto bene a chiamarmi.
  • Devo lasciarla perché il capoofficina mi sta bussando sul vetro. Per il resto la traduzione è ottima.
  • Arrivederci.
  • Le faccio tanti auguri.

    (Da "Novelle da un minuto", trad. di Andrea Rényi)


venerdì 4 maggio 2012

István Örkény, Sondaggio

Anche in Ungheria è stato istituito ed è già attivo il primo istituto di sondaggi dell'opinione pubblica.
Contiamo sulla vostra gentile collaborazione.
A scopo dimostrativo comunichiamo i risultati del primo sondaggio relativo all'opinione dei nostri cittadini sul passato, presente e futuro del nostro Paese. Per l'affidabilità del risultato, abbiamo chiesto a 2975 persone dalle più varie estrazioni, posizioni sociali, occupazioni e fedi religiose, di rispondere ai quesiti del seguente modulo:


1. Com'è il sistema attuale?
a) Buono
b) Cattivo
c) Non è né buono, né cattivo, ma potrebbe essere un tantino migliore
d) Vorrebbe emigrare a Vienna


2. Percepisce la solitudine dell'uomo del XX secolo?
a) Si sente molto solo
b) Si sente quasi del tutto solo
c) Per così dire, si sente completamente solo
d) A volte scambia due parole con il portiere dello stabile


3. Le sue esigenze culturali
a) Frequenta i cinema, le partite di calcio e le osterie
b) Qualche volta guarda fuori dalla finestra
c) Non si affaccia neppure alla finestra
d) Non è d'accordo con le tesi di Mao Tse-tung


4. Che formazione filosofica possiede?
a) Marxista
b) Antimarxista
c) Legge solo romanzi di Jenő Rejtő
d) E' alcolizzato


Risultato:
1. Negli ultimi vent'anni tutto è andato a meraviglia.
2. Anche ora va tutto benissimo, soltanto le corse della linea 19 sono rare.
3. Il futuro sarà persino migliore se infittiscono le corse della linea 19. 


(Dalle "Novelle da un minuto"; trad. di Andrea Rényi)

domenica 29 aprile 2012

János Bródy, Zsuzsa Koncz - Se fossi una rosa





SE FOSSI UNA ROSA

Se io fossi una rosa
non fiorirei solo una volta
ma farei sbocciare i fiori
quattro volte all’anno
Fiorirei per i ragazzi
e fiorirei per le ragazze
per il vero amore
e per il il passaggio alla morte

Se io fossi una porta
sarei sempre aperta
Farei entrare tutti
non importa da dove vengono
Non chiederei a nessuno
chi l’aveva mandato
Sarei felice soltanto 
Se venissero tutti quanti 

Se io fossi una finestra
sarei così grande
Da far vedere
tutto il mondo
La gente guarderebbe attraverso di me
con occhi comprensivi 
Sarei felice soltanto
dopo aver fatto vedere tutto 

Se io fossi una strada
sarei sempre pulita
Ogni benedetta sera
Farei un bagno di luce
E se una volta 
i cingolati mi calpestassero
La terra sotto di me
sprofonderebbe piangendo 

Se io fossi una bandiera
non sventolerei mai
Sarei arrabbiata
con tutti i venti
Sarei felice soltanto
se fossi fissata
E se nessun vento
potesse giocare con me.

sabato 28 aprile 2012

La vacanza dei diciotto anni - seconda parte

Di giorno andavo al mare ma prima facevo sempre una passeggiata per le strade rivestite di marmo bianco abbagliante, e un salto al mercato per godere della vista della frutta e verdura coloratissima, in parte sconosciuta nell'Ungheria dell'epoca, come le melanzane. Persino le arance erano di un colore più vivace rispetto a quelle gialle pallide, seppure saporite, che l'Ungheria importava da Cuba. A volte prendevo il traghetto per andare a Lokrum, lo splendido isolotto di fronte ricoperto di fittissima vegetazione verde e dal luminoso fondale.

Con la mia nuova mise pesudo-occidentale mi inserii rapidamente nella variopinta compagnia che dopo la giornata di mare bivaccava sulle scalinate del centro di Dubrovnik per trascorrere il tempo in allegre chiacchierate. Chi più chi meno, tutti masticavano un po' d'inglese, erano tutti appassionati di musica rock, battevano tutti all'unisono il ritmo di In The Summertime di Mungo Jerry.

Era una compagnia fluida, sciolta e aperta; nessuno si presentava con il cognome, non vi era l'usanza dello scambio degli indirizzi, i ragazzi andavano e venivano, chiunque poteva accucciarsi, intervenire e andarsene quando voleva, senza promettere nulla. Una sensazione di totale libertà.

Una sera feci tardi e non potei più rientrare in convento che chiudeva improrogabilmente alle nove. Una ragazza del Montenegro mi soccorse prontamente offrendomi alloggio per quella notte, e anche per le successive, fino all'arrivo delle due Eva in città. Un altro atto di pura generosità, fra l'altro la casa era molto bella, arredata con stoffe dai colori inusualmente brillanti e con mobili etnici, una novità per me, abituata a case mitteleuropee.

Con le due Eva vi furono giornate di turismo classico fino all'incontro casuale con un ex-compagno del liceo, un ragazzo di vent'anni che faceva il fotografo. Buttai lì l'idea che mi sarebbe piaciuto fare un salto al confine con l'Albania, lui raccontò di sue avventure mirabolanti superate brillantemente, e decidemmo di raggiungere il confine noi due con l'autostop per tornare in serata. Le due Eva preferirono rimanere a Dubrovnik.

La gita fu un'esperienza molto interessante sul piano turistico e un disastro sul piano umano. Le macchine si fermavano ma volevano prendere a bordo solo me e non anche il ragazzo, completo della sua ingombrante attrezzatura fotografica. Alla fine, con molta fatica, arrivammo dopo dodici ore a Cattaro, che si rivelò un posto meraviglioso, come pure tutto il percorso fra montagne alte e paesaggi mozzafiato, ma tutto il viaggio fu condito dalle lagne del tipo affatto avventuriero, che in ogni momento aveva una necessità: sete, fame, sonno, pipì e così via. Dormimmo in spiaggia perché eravamo troppo stanchi per metterci alla ricerca di un alloggio e la mattina riprendemmo la strada, con più fortuna del giorno prima. Tornati a Dubrovnik salutai l'ex-compagno di scuola e con un piccolo sforzo dimenticai pure il suo nome.

Tornai a Budapest con lo stesso pullman dell'andata, sempre via Mostar e Sarajevo, e questo rimarrà per sempre il mio viaggio, quello più memorabile.

venerdì 27 aprile 2012

La vacanza dei diciotto anni - prima parte

Nell'Ungheria del socialismo reale il liceo durava quattro anni e si dava la maturità a diciotto. Dopo, era possibile concorrere per i pochi posti che le università offrivano - per esempio nel 1970 alle tre Facoltà di Giurisprudenza di Budapest, Pécs e Szeged erano 200 in tutto -, in alternativa si doveva cercare un lavoro, perché lo stato di disoccupazione che superasse i trenta giorni era perseguito dalla legge, oppure un corso di formazione professionale che comunque prevedeva una parte, di solito due giorni ogni settimana, di esercitazione al lavoro.

Negli ultimi mesi precedenti l'esame di maturità studiai come una matta per ottenere un buon punteggio; non potevo sognare il massimo dei voti perché in matematica ero una capra irredimibile, ma almeno un buon risultato per avere qualche possibilità all'esame di ammissione alla Facoltà di Giurisprudenza. Certi giorni arrivavo a studiare anche tredici ore, quasi tutte nel silenzio della Biblioteca Nazionale per evitare distrazioni che a casa erano in agguato sotto forma di frigorifero, telefono, giradischi e radio.

A Dubrovnik con Eva senior
Tanta buona volontà fu premiata dal parentado: mia madre mi diede il permesso di fare una vacanza autogestita all'estero e lei e gli zii aprirono le scarselle. Il risultato fu una somma di denaro che rese possibile il viaggio a Dubrovnik, che con la sua architettura veneziana, il suo mare e soprattutto per la massiccia presenza di giovani hippies immaginavo il Paradiso in terra.  Ne era convinta anche la mia amica Eva, compagna di passate villeggiature in tono minore, decidemmo dunque di partire insieme. Superammo l'esame di maturità, io secondo le previsioni, lei invece molto al di sotto le aspettative, e il suo insuccesso fu punito da sua madre: non le permise di partire con me e si impose lei come compagna di avventura. Eva e sua madre, Eva anche lei, partirono quindi insieme per Belgrado, ma con l'intento di raggiungermi a Dubrovnik dove passare qualche giorno in tre. Eva senior era una signora simpatica e allegra di appena quarant'anni, non era una guastafeste, quindi mi garbava anche questa soluzione.        

Prima di partire però feci gli esami di ammissione all'università e come riserva, i colloqui per essere assunta in banca come corrispondente con l'estero e nella catena libraria statale come commessa di libreria.  Poche ore prima di avviarmi alla stazione dei pullman arrivarono le risposte, tutte di segno positivo. Ovviamente scelsi l'università e salii felice sul bus di linea che in due giorni mi avrebbe portato a Dubrovnik. La prima tappa fu Sarajevo dove passai una serata movimentata tra il bazar, dove riuscii a evitare che mi scippassero, una moschea, dalla quale fui cacciata come un cane e il gabinetto alla turca che  preferii evitare ma non ci riuscii. Il giorno dopo il pullman fece una lunga sosta a Mostar; conservo indelebile il ricordo del ponte. A Dubrovnik presi alloggio in un convento di suore che mi era stato indicato da un'amica di mia madre. Affittavano i letti in una camerata e oltre alla prima colazione, davano anche una buona cena a un prezzo alla mia portata, ma nella camera dormiva e russava anche una suora addetta alla sorveglianza, la cena veniva servita alle sette quando i giovani provenienti da tutto il mondo si davano appuntamento in piazza, e bisognava rincasare entro le 21. Abituata alla disciplina e intimorita dall'atmosfera cosmopolita di Dubrovnik, i primi giorni rispettai gli orari e feci amicizia con una ragazza croata che occupava uno dei letti. Più grande di me di qualche anno, aveva già trascorso due anni a Londra come baby sitter e trovò il mio abbigliamento decisamente da Cortina di Ferro; provvide a sue spese a rinnovarlo. Non volle darmi un recapito, potei ringraziarla solo allora e non so più nulla di lei, ma a volte mi torna in mente e mi dispiace di non averla potuta ringraziare abbastanza. Non tanto per le scarpe, i pantaloni, la maglietta che comunque mi resero accettabile, ma per l'autentica generosità raramente sperimentata nella mia vita.


mercoledì 25 aprile 2012

Béla Hamvas, Boccaccio

Béla Hamvas (1897-1968)
Non conosciamo più il buonumore, quello autentico, sereno. Tutto il ridere, quello di Sterne, di Joyce, di Dickens, di Molière, è una pagliacciata un po' (molto?) amara, lacrimevole, forzata e forse disperata. La fine di queste risate penose è la spiritosaggine del vecchio Karamazov e di Foma Fomic. Con il Medioevo è finita l'epoca della serenità pura, senza riserve. Boccaccio ci insegna come sapevano ridere gli antichi.

(Da "I cento libri"; trad. A. Rényi)